Stavano sedute sopra un muretto, era estate. Prendo in braccio Sara, nel tirarla giù per andare in spiaggia, ma si graffia molto le ginocchia, e piange.
“Che messaggi mi manda l'incoscio?” mi chiedo spesso al mattino, al risveglio. Stavolta è facile.
Ieri sera al cinema ho visto “Naza”, il documentario intervista ai miltari israeliani dell'IDF.
Al termine, la sala impietrita. Nessuno sapeva o aveva voglia di parlare. Di esprimere anche solo un sentimento, una sensazione. Si esce in fila, come in un lungo corteo funebre.
La domanda è sempre la stessa: “Come può l'essere umano arrivare a tanto?”
“Perché nessuno si ribella, si ferma, riconosce l'assurda gratuità crudeltà di tali carneficine?”
Si, alla fine qualcuno di questi soldati - corpi d'élite – arriva a pronunciarla apertamente, la parola esatta: “genocidio”.
Rifletto. Penso al nazismo (giusto ieri la coincidenza anniversario con la strage di Marzabotto), alla guerra e alle stragi di massa nei Balcani, alle porte dell'Italia, 30 anni fa. Ai droni bombe nell'Ucraina, in queste notti, che arrivano come devastanti pipistrelli mortali.
Ascolto le dichiarazioni di questi militari scelti, che alla domanda “Non provavate rimorso?” forniscono la stessa medesima risposta che il gerarca nazista Eichmann, stupito e scocciato, forniva ai giudici del tribunale di Norimberga che lo interrogavano: “Perché mi fate queste domande? Io ho semplicemente eseguito gli ordini. Ho fatto il mio dovere.”.
Non trovo spiegazioni migliori di quanto già Freud scrisse nel 1921, nel celebre saggio “Psicologia collettiva e analisi dell'Io”. In sintesi:
1. L'individuo inserito in un gruppo acquisisce un sentimento di grande potenza, che da solo avrebbe tenuto a freno in quanto viene a mancare il senso di responsabilità;
2. “Contagio mentale” l'individuo sacrifica a quello collettivo il proprio interesse personale;
3. Suggestionabilità: l'individuo é come ipnotizzato e non è più conscio dei suoi atti.
E' la scena finale del film, quella che il mio sogno di stanotte ha raccolto e trasformato.
Una di quelle che il documentario aveva dall'inizio risparmiato.
Lo strazio di un padre, disperato, che si aggira tra le macerie di Gaza nella distruzione totale, invocando il nome dei suoi figli. Fino a intravederne i piedi e le gambe, schiacciati e penzolanti, di sotto al piano crollato del palazzo bombardato.
Sono 73.000 morti e oltre 173.200 i feriti dall'inizio del conflitto. La maggior parte famiglie, donne e bambini anche in fila per raccattare acqua e cibo, dichiarano i 24 militari israeliani intervistati.
Le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie stimano che migliaia di persone siano ancora disperse sotto le macerie e non conteggiate nei dati ufficiali.



















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